L’innovazione tecnologica, l’energia rinnovabile e la sostenibilità ambientale guidano la trasformazione dell’agricoltura verso un modello competitivo e resiliente.
L’innovazione in agricoltura oggi non è più una semplice opzione: è una necessità non più rimandabile per affrontare le sfide ambientali, economiche e sociali che il settore primario si trova di fronte.
Infatti, la transizione ecologica richiede nuove tecnologie, ma soprattutto un cambio di paradigma. In questo scenario si inserisce l’esempio italiano del biogas e del biometano agricolo, un modello che negli ultimi anni ha dimostrato un’integrazione possibile e virtuosa tra agricoltura, produzione energetica rinnovabile e tutela dell’ambiente, al servizio della sostenibilità agricola.
Durante Biogas Italy, nel panel “L’agricoltura fatta bene e la necessità di diffusione e le criticità di accesso alle tecnologie in agricoltura”, abbiamo ospitato sul palco del The Mall di Milano i professori Fabrizio Adani, Università degli Studi di Milano; David Chiaramonti, Politecnico di Torino e Angelo Frascarelli, Università degli Studi di Perugia che hanno offerto spunti preziosi su come l’innovazione possa diventare patrimonio diffuso e su quali barriere ancora limitino la piena adozione di soluzioni avanzate all’interno delle aziende agricole.
In questa intervista per Biogas Informa abbiamo raccolto le loro riflessioni che ci aiutano a comprendere come la ricerca, le politiche e le pratiche agricole possano unirsi in un dialogo positivo per costruire un’agricoltura capace di rispondere alla crisi climatica e al contempo di creare valore per i territori e le persone.
Prof. Adani, dal suo punto di vista, quali sono le condizioni fondamentali perché un’agricoltura fatta bene possa davvero integrarsi con la diffusione delle tecnologie innovative su larga scala?
L’innovazione è il motore della competitività a prescindere che essa sia di tipo tecnologico, di prodotto o di marketing. Rimanere fermi significa perdere fette di mercato e/o non essere più in grado di produrre a costi sostenibili. È evidente che per innovare bisogna capire a cosa serve l’innovazione, i.e. per quale scopo? Ridurre i costi di produzione a parità di prodotto?, ridurre l’impatto ambientale delle produzioni?, proporre nuovi prodotti?.
Oggi, per agricoltura fatta bene intendiamo una agricoltura che rispetti l’ambiente, che utilizzi tecniche che riducano l’uso della chimica (pesticidi e fertilizzanti chimici) e che favorisca la produzione di prodotti di qualità.
Due sono gli approcci per il raggiungimento di tali obiettivi: il ritorno ad un’agricoltura di tipo bucolica in cui soprattutto il fattore umano (lavoro) gioca un ruolo importante per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Un tale approccio può esistere ma rimarrà di nicchia e non può essere certamente il modello prevalente di un paese quale l’Italia. Purtroppo, essa rappresenta il solo modello preso in considerazione dai media; la proposta di nuovi paradigmi produttivi basati sulla conoscenza e l’innovazione tecnologica che necessitano però di alcune condizioni fondamentali quali: l’accessibilità economica e finanziaria, finanziamenti, incentivi pubblici e modelli cooperativi, formazione e competenze, infrastrutture digitali e politiche pubbliche chiare e di lungo periodo.
Un esempio di ciò è l’integrazione della digestione anaerobica nell’azienda agricola e l’utilizzo della risorsa digestato, così declinabile:
- accessibilità economica e finanziaria. Un quadro chiaro di incentivazione del biogas/biometano per il futuro, i.e. cosa succederà dopo le incentivazioni?
- modelli cooperativi (o associativi) e dimensioni. I modelli cooperativi/associativi sono vincenti per motivi di organizzazione, economia di scala e ritorno degli investimenti, i.e. grandi impianti (e.g. 1-2 MW o equivalenti) centralizzati che sottendono ampie superfici agricole gestibili secondo modelli di economia circolare ma che permettono, se del caso, economie di scala per la implementazione di tecnologie innovative per la gestione sostenibile dei reflui/digestati.
- formazione e competenze. Consapevolezza di cosa è il digestato e di come esso deve essere usato e perché è meglio di altri fertilizzanti. Non basta dire “facciamo l’economia circolare”, ma utile mettere in evidenza scientificamente e operativamente i vantaggi che l’uso del digestato comporta alla luce degli obiettivi che l’agricoltura fatta bene si pone.
- infrastrutture digitali. Accessibilità alla rete sempre e ovunque per implementare la digitalizzazione nell’uso del digestato (agricoltura di precisione etc.).
- politiche pubbliche chiare e di lungo periodo. Revisione della direttiva nitrati dopo più di 30 anni, alla luce delle nuove conoscenze scientifiche e dei nuovi bisogni dell’agricoltore. Incentivazione all’uso di matrici a base organica (digestati) per il recupero della fertilità dei suoli, i.e. l’incentivo non a chi produce, ma a chi usa il digestato creando un mercato del digestato.
A Biogas Italy, ha sottolineato come un’agricoltura fatta bene richieda una solida base scientifica. Quali strumenti o iniziative ritiene più efficaci per facilitare il trasferimento delle innovazioni tecnologiche dalla ricerca al mondo produttivo agricolo?
La mia fortuna di professore universitario è stata quella di iniziare il mio percorso lavorativo al di fuori della università acquisendo quella consapevolezza che la ricerca scientifica deve servire a qualcosa e non essere solo un “fatto universitario”. Nei miei ormai quasi 30 anni di carriera ho sempre privilegiato il dialogo e il confronto col mondo produttivo ponendomi sempre la domanda se quello che stavo facendo potesse avere un impatto sul mondo reale.
Il mondo produttivo necessita di solide basi scientifiche per essere credibile nelle sue innovazioni, ma il mondo accademico deve aprirsi e non rimanere un corpo estraneo alla vita produttiva del paese. Serve quindi un forte cooperazione tra ricerca e mondo agricolo che può essere declinata in vari modi es. creazione di living-lab, gruppi operativi, progetti in partenariato pubblico-privato; insomma, strumenti che avvicinano il mondo accademico a quello agricolo e viceversa. Spesso però tali strumenti hanno vita breve che coincide con il progetto e/o finanziamento, per poi svanire in mancanza di strumenti in grado di rendere appetibile per le parti la sua continuazione. A tal proposito, serve un forte cambio di mentalità, in primis, nel mondo accademico che deve divenire attore anche dello sviluppo tecnologico e del progresso del paese traendone anche vantaggio diretto (sia come istituzione che personale). Ad esempio, l’ecosistema startup in Italia è in crescita e mostra un grande potenziale, ma ancora non è paragonabile a quello di altri paesi europei (e men che meno a quello di paesi extraeuropei). Purtroppo, sussiste ancora una mentalità tale per cui il ricercatore deve stare in laboratorio per produrre pubblicazioni ma non si deve interessare del trasferimento tecnologico. Forse, un ricercatore un po’ più imprenditore, aiuterebbe a superare l’impasse.
La ricerca deve uscire dai laboratori e dalle aziende sperimentali e approdare nel mondo agricolo reale. D’altro canto, il mondo agricolo deve essere pronto ad accogliere i ricercatori mettendoli in grado di operare “scientificamente”, divenendo consapevoli che il “dato scientifico” non è fine a sé stesso ma “certifica” la bontà dell’innovazione. Su questo punto, però, il mondo agricolo deve fare passi in avanti. L’accademia produce laureati le cui competenze acquisite spesso sono poco utilizzate, per non parlare dei dottorati di ricerca, veri alieni in Italia.
Per concludere, possiamo dire che un ricercatore un po’ più imprenditore e un agricoltore un po’ più scienziato (o che crede nella scienza), rappresenta quel mix ottimale per trasformare la conoscenza in innovazione tecnologica.
Prof. Chiaramonti, in che modo ritiene che le tecnologie avanzate possano diventare più accessibili anche per le aziende agricole di dimensioni medio-piccole?
Il Sistema della Digestione Anaerobica è, a tutti gli effetti, una bioraffineria a piccola scala, tra le uniche, se non l’unica, in grado di essere sia ambientalmente che economicamente sostenibile a questa scala.
Alcune soluzioni possono integrarsi con il “Sistema DA”, purché siano adatte alla dimensione di impianto. Tra tutte, pensiamo ad esempio alla pirolisi lenta od alla carbonizzazione idroterma (in realtà, quest’ultimo, un processo di torrefazione piuttosto che di carbonizzazione).
La sfida è effettivamente riuscire a rendere queste soluzioni accessibili. La chiave è certamente lo sviluppo dei mercati bio-based attraverso policies mirate, oltre che l’innovazione tecnologica, che sta procedendo rapidamente.
Nel suo intervento ha evidenziato le difficoltà di far recepire il lavoro portato avanti dalla ricerca nelle politiche pubbliche. Secondo lei, cosa manca oggi per rendere le evidenze scientifiche più influenti nei processi decisionali e nella definizione di soluzioni più efficaci per un’agricoltura più sostenibile?
Questo tema è ormai comune a molte regioni del mondo, non solo all’Europa o all’Italia: ricerca, impresa e policy making in generale si muovono con tempi necessariamente diversi, e questo sicuramente contribuisce alla difficoltà di incidere nei processi decisionali globali e locali.
In particolare, in Europa il processo risulta particolarmente complesso, visti i diversi soggetti (Commissione, Parlamento e Consiglio) che operano nella predisposizione delle politiche pubbliche, a cui poi segue la trasposizione delle stesse a livello di Stato Membro, cosa che richiede ulteriore tempo. In questo contesto regolatorio, le politiche ambientali sono certamente oggetto di un confronto politico, talvolta aspro, dove può avvenire che l’attenzione si sposti dall’elemento tecnico-scientifico ad altri elementi.
Come detto, i tempi caratteristici sia dell’attività legislativa dei diversi soggetti istituzionali coinvolti, che quelli industriali per l’attuazione delle politiche e quindi di investimenti e progetti industriali, sono decisamente superiori al procedere dell’innovazione. Non a caso si parla di Innovation Waves sempre più intense e rapide, a cui sia soggetti pubblici che le imprese hanno sempre più difficoltà a rispondere rapidamente, ma dove il fattore tempo gioca un ruolo essenziale, a maggior ragione in un tempo di competizione globale.
Per influire maggiormente con evidenze scientifiche sul processo di policy, le opzioni non sono poi molte: da una parte, il mondo della ricerca deve certamente essere in grado di comunicare meglio ed utilizzando il linguaggio giusto, per avere così maggiore impatto sull’opinione pubblica e decision makers. Dall’altra, è necessario che ciascuna politica si appoggi su dati tecnico-scientifici misurabili e verificabili, recuperando le conoscenze e le competenze là dove risiedono.
Infine, non dimentichiamo la rilevanza della formazione e dell’aggiornamento agli operatori, essenziale perché si possano cogliere le opportunità che si presentano in questo periodo di grandi cambiamenti (ma anche di rilevanti opportunità).
Prof. Frascarelli, alla luce delle trasformazioni in atto, quali sono secondo lei i principali ostacoli che oggi frenano la piena adozione delle tecnologie in agricoltura, e come si potrebbero superare?
Il futuro dell’agricoltura sarà caratterizzato da alcune strategie fondamentali: produttività, transizione ecologica, energie rinnovabili ed economia circolare.
Si tratta di una vera rivoluzione trasformativa che sarà accompagnata e facilitata dall’innovazione, dalle tecnologie, in particolare dal digitale e dall’intelligenza artificiale.
È inevitabile che ci siano degli ostacoli. Il primo di essi è la resistenza al cambiamento: alcuni imprenditori agricoli diffidano delle innovazioni o non vedono un vantaggio immediato nel loro utilizzo. Gli altri ostacoli sono: competenze digitali insufficienti: l’uso di strumenti tecnologici richiede formazione e servizi specifici, che non sempre sono disponibili; accettabilità sociale: tecnologie, come il genome editing e la transizione energetica in agricoltura, incontrano spesso resistenze da parte del pubblico e di alcune istituzioni; costi elevati: l’adozione di tecnologie avanzate richiede investimenti iniziali importanti, non sempre accessibili a tutte le imprese agricole; infrastrutture digitali ed energetiche carenti: in molte aree rurali manca una connessione internet stabile per supportare l’agricoltura digitale, come anche mancano le infrastrutture energetiche per la diffusione delle energie rinnovabili nelle zone rurali; regolamentazione e burocrazia: normative complesse possono rallentare l’adozione di nuove tecnologie, soprattutto in ambito biotech.
Quali sono le opportunità che si aprono per il settore agricolo con la nuova PAC? E quali ritiene siano i principali punti di forza e debolezza della nuova politica agricola nell’effettivo sostegno alla diffusione di pratiche agroenergetiche sostenibili e innovative nelle aziende agricole?
La recente comunicazione della Commissione Ue del 19 febbraio 2025 sul futuro dell’agricoltura e della Pac cita espressamente “Stanno emergendo opportunità interessanti anche sul fronte della produzione delle energie rinnovabili, un settore che migliora la sicurezza energetica, riduce le emissioni dei gas a effetto serra e offre agli agricoltori e ai silvicoltori reddito supplementare e prospettive di innovazione”.
Ciò non significa che ci saranno dei sostegni specifici per le colture agroenergetiche. Tuttavia, è molto probabile che nei programmi di sviluppo rurale sarà data una priorità agli investimenti agroenergetici nelle aziende agricole.
A seguire la suddetta Comunicazione del 19 febbraio 2025 recita “Gli agricoltori dovrebbero non soltanto essere indipendenti dal punto di vista energetico, per esempio grazie ai pannelli solari, alle pale eoliche e alla produzione di biogas, ma anche in grado di offrire i loro prodotti energetici sul mercato, anche attraverso comunità energetiche”.
In altre parole, la produzione di energia rinnovabile sarà una componente importante per l’indipendenza energetica e per i ricavi delle imprese agricole. La PAC e la politica energetica saranno più integrate e sinergiche.
Articolo di Alessio Samele e Guido Bezzi, CIB



